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Dall’Italia vorremmo avere maggiore reciprocità

Fabio Maciocci, presidente degli spedizionieri ticinesi, intervistato dal settimanale Il Mattino

 

Direttor Maciocci, ci presenta in poche parole la sua associazione?

Con estremo piacere. L’Atis è una società cooperativa che riunisce sotto la sua ala circa 40 aziende operanti nel settore. Buona parte dell’economia ticinese gravita attorno al mondo delle spedizioni, della logistica e delle dogane nel nostro cantone che, come si sa, è un importante crocevia tra il nord ed il sud dell’Europa. Il nostro settore è fondamentale non solo per l’economia cantonale, ma oserei dire per quella nazionale.

Ma perché serve un’associazione mantello?

Grazie alla nostra associazione, quasi 500 impiegati hanno qualcuno che li difende o che ne salvaguarda gli interessi. Promuoviamo delle iniziative per farci conoscere e per migliorare la nostra situazione e curiamo il contatto con le autorità. D’altronde lo dice anche il nostro statuto, che l’obiettivo principale è di tutelare, promuovere ed elevare il prestigio professionale degli spedizionieri.

Durante la vostra assemblea, tenutasi recentemente, l’economista Lino Terlizzi ha detto che i dazi, come quelli americani, danneggiano i commerci: è d’accordo con questa conclusione?

Sono affermazioni che non si possono che sottoscrivere. Vede, quanto sta mettendo in pratica il presidente Trump non fa sicuramente bene. Mettersi muro contro muro non è di certo una soluzione, soprattutto per un settore come il nostro. Si rischia di andare verso un effetto a catena, che originerebbe un effetto a catena che causerà degli aumenti dei prezzi difficilmente sopportabili.

Avete siglato anche un contratto collettivo di lavoro: un gran bel risultato…

Sì e devo dire che ne siamo davvero felici, perché si tratta di una conquista importante che migliora le condizioni di lavoro dei nostri associati. Adesso vorremmo che il CCL venisse reso obbligatorio per tutto il settore e non solo per le aziende che sono iscritte all’Atis Solo così saremo sicuri che tutto il settore sarà tutelato, per far sì che, solo per citare un esempio, si potranno effettuare dei controlli per garantire a tutti i salariati le migliori condizioni di lavoro.

Si spera poi che il CCL abbia un ruolo nel combattere il dumping salariale.

È quello che spero anche io. Ma ripeto, affinché il contratto collettivo possa essere uno strumento davvero efficace, dovrà essere reso obbligatorio a livello cantonale. Allora sì che si potranno avvero formulare delle valutazioni complete.

Anche per sperare che venga applicato rigorosamente?

E soprattutto per essere sicuri che verrà rispettato da tutti. Un accordo “monco” non ha di sicuro lo stesso effetto di un altro che copre tutto il settore. Questo è il mio maggior auspicio, per il bene non solo degli spedizionieri, ma di tutti coloro che girano attorno a questa importante fetta dell’economia cantonale.

Veniamo ora ai tasti dolenti: con l’Italia non sembra andare a gonfie vele. Di cosa si lamenta?

Non chiediamo molto, vorremmo solo che ci fosse più reciprocità in alcuni aspetti. Le cito solo un esempio, ossia quello dei controlli radiometrici, che concernono i materiali ferrosi e semilavorati. Fino a qualche tempo fa li potevamo effettuare sui mezzi che entravano in Svizzera. Ora non possiamo più farlo, mentre in Italia si continua come se nulla fosse successo.

Mi faccia capire: voi non potete più controllare i mezzi che entrano in Svizzera?

È proprio così. Abbiamo fior fior di specialisti che si occupavano di questa mansione, ma che ora non possono più agire, Vorremmo semplicemente poter ricominciare a fare quel che abbiamo sempre avuto la possibilità di fare. insomma, la situazione è precaria e non siamo di certo felici di come si è sviluppata.

Mi permetta di solidarizzare con lei. Malgrado questa brutta pagina, come vede il futuro?

Anche se ci sono alcune nuvole nere all’orizzonte cerco di vedere il bicchiere il mezzo pieno. Abbiamo davanti a noi diverse sfide, tra cui quelle una delle più importanti è di continuare a tenersi al passo con le tecnologie più moderne,in un settore che si trasforma molto velocemente. E poi come detto, vorremmo interessare ancora più ditte alla nostra associazione. E poi dovremo confrontarci con il DaziT… Di cosa si tratta?

È il nuovo programma di digitalizzazione, costato alla Confederazione 400 milioni di franchi. Permetterà una gestione integrata del traffico merci e dei suoi tributi, così da garantire un’operatività completa un’accelerazione molto forte dello svolgimento delle operazioni. Per renderlo completamento operativo ci vorranno dagli otto ai dieci anni. È una bella sfida che ci si para davanti, ma siamo pronti ad affrontarla.

Quale sarà, infine, la parola chiave del futuro prossimo?

Reciprocità. A costo di ripetermi credo che sia la chiave di tutto, non solo con l’Italia, ma con tutti i Paesi confinanti. Dobbiamo riuscire a instaurare un dialogo costruttivo con tutti i nostri vicini, ma questo è il compito delle nostre autorità doganali. Dal canto nostro, ci batteremo per avere gli stessi diritti dei colleghi di oltre frontiera

 

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