fonte Giornale del Popolo del 16 ott 2017

L’Italia ha deciso di non riconoscere più la validità della sorveglianza radiometrica svizzera. Gli spedizionieri sono sul piede di guerra, mentre i camion, a causa di ciò, restano in fila per ore

 

C’è malcontento tra gli spedizionieri ticinesi che, nelle ultime settimane, si sono improvvisamente trovati confrontati con una decisione presa unilateralmente dall’Italia. Dopo anni di stabile collaborazione in ambito di controlli doganali radiometrici su alcuni camion in uscita dalla Svizzera, fino ad agosto effettuati da professionisti specializzati e riconosciuti dalla SUVA, Roma ora ha deciso senza alcun preavviso di cambiare le carte in tavola non riconoscendo più valido il lavoro svolto dalla Svizzera, ma imponendo una certificazione tutta italiana: fatta in Italia e rilasciata esclusivamente da esperti qualificati dall’Italia.

La questione, relativamente complessa, ha portato gli spedizionieri a fare pressioni su Berna affinché intervenga e così si è mossa anche la politica nazionale, come dimostra l’interrogazione sul tema depositata il 29 settembre dal consigliere nazionale Marco Romano agli uffici di Palazzo federale.

Entrando nel dettaglio della vicenda, ovvero la sorveglianza radiometrica, termine tecnico per definire i controlli per la radioattività, questo è un tipo di analisi che viene richiesta dall’Italia (non tutti i Paesi la richiedono) solo per alcune categorie di materiali trasportati, quali i rottami, i semilavorati metallici e i derivati della lavorazione dei metalli.

Fino ad agosto tutto era sempre filato liscio: le analisi venivano effettuate su suolo elvetico, dopodiché, se il mezzo era pulito, la Svizzera rilasciava l’apposito certificato, il documento IRME 90, che Roma richiede per tutti i veicoli con un determinato carico in transito sulle strade italiane.

I controlli avvenivano su suolo elvetico perché senza il certificato, ovvero con un riscontro positivo di radioattività, l’Italia bloccava il camion in entrata. Tuttavia lo scorso 25 agosto l’Italia ha comunicato alla Svizzera che dal 29 agosto la musica sarebbe cambiata e, introducendo un nuovo regime, l’IRME 90 sarebbe stato certificato in Italia da esperti italiani. Come ci confermano direttamente alcune case di spedizione, questo cambiamento ha provocato una perdita economica per aziende, le quali dopo aver formato degli esperti qualificati per svolgere questo lavoro, si trovano private della vendita di un servizio su cui avevano investito. Ma, per quanto possa essere ingente il danno economico sulla perdita della vendita di un servizio, è poca cosa a confronto del danno di “immagine” che sta portando questo cambiamento, sulla rotta attraverso la Svizzera. Vediamo perché. Sulle circa sessanta case di spedizione ticinesi, di cui gran parte situate nel Mendrisiotto, la metà di esse, sotto il cappello della SUVA, svolgeva dalle 6.30 di mattina questo tipo di controlli volti al rilascio del documento IRME 90. Il numero di uomini impiegati fin dall’alba permetteva tempi brevi che però oggi si sono decisamente allungati.

L’Italia infatti, secondo nostre fonti, avrebbe impiegato in dogana pochissimi esperti per svolgere questo tipo di lavoro e soltanto a partire dalle 8 del mattino. Questo significa che quando vi sono più mezzi pesanti con i rispettivi carichi da controllare, i tempi si dilatano enormemente. Se a tutto questo aggiungiamo anche l’incidente di Rastatt del 16 agosto, quando un tunnel sotterraneo ha fatto cedere i binari del principale collegamento ferroviario Reno-Alpi, lungo la tratta Rotterdam- Genova, provocando un’interruzione del trasporto intermodale e il riversamento su strada di circa un 60% di camion in più, si può facilmente intuire che il settore dei trasporti in queste ultime settimane sia stato messo a dura prova, con conseguenti danni per la produttività delle aziende, le quali si lamentano con gli spedizionieri svizzeri.

La loro voce però non si è fatta attendere e dagli uffici di Bellinzona si è preso contatto con il Governo italiano: «Attualmente il dossier è sul tavolo di Roma e i tempi saranno piuttosto lunghi – ci spiega Fabio Maciocci, presidente del comitato delle Aziende ticinesi imprese di spedizione e logistica (ATIS) – . Il rischio intanto è che i veicoli al confine potrebbero avere grossi ritardi, perché i controlli a Chiasso sono effettuati da una sola persona. Inoltre se venisse riscontrato un caso positivo alla radioattività, durante il controllo in territorio italiano, cosa farebbe l’Italia? Rimanderebbe il camion in Svizzera? Sono questioni che non sono state definite, perché non sappiamo dove rimarrà questo mezzo. Nel frattempo ci sono già giunte lamentele dai nostri clienti, i quali ora potrebbero scegliere di andare a comprare il loro materiale da altre parti». Questioni sollevate anche da Marco Romano nella sopraccitata interrogazione, dove si evidenzia che la «situazione è spiacevole e assolutamente incomprensibile in un’ottica di reciproca collaborazione».

Il deputato nazionale chiede quindi chiarimenti, per capire come si giustifica tale decisione unilaterale e domanda se il Consiglio federale abbia valutato «potenziali azioni amministrative e politiche volte a spingere l’Italia a tornare ad un approccio di mutua collaborazione».

Apparentemente una piccola storia “di confine”, ma dalle implicazioni decisamente importanti sia per l’economia locale sia per quella nazionale svizzera.

 

GDP

 

Controlli radiometrici: Interpellanza di Marco Romano

 

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RSI News: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gli-spedizionieri-contro-Roma-9669847.html

Ticinonews: https://www.ticinonews.ch/ticino/415114/e-scontro-tra-italia-e-svizzera-sui-controlli-doganali