Secondo l’associazione ATIS gli operatori elvetici sottoposti a norme europee più severe. Per contro le leggi meno restrittive per le società estere possono danneggiare il settore

Fonte: Corriere del Ticino del 15 novembre 2018

Spesso nel campo del commercio non c’è reciprocità tra Svizzera e Italia quando si tratta di fare business. Lo sottolineano gli spedizionieri ticinesi che lamentano una grossa disparità di trattamento rispetto ai colleghi italiani quando si tratta di operare oltre il reciproco confine.

In Ticino questa categoria di professionisti vanta una lunga tradizione. Negli anni il settore ha subito peraltro importanti trasformazioni a seguito dell’apertura dei mercati; stando alle stime delle due associazioni cappello ATIS e SPEDLOGSWISS, ad oggi a Sud delle Alpi sono operative un centinaio di case di spedizione, che rappresentano tra i 1.200 e i 1.300 posti di lavoro.

Oggetto dei malumori sono le condizioni svantaggiose per gli operatori nostrani quando lavorano con l’Italia, nonostante gli accordi Bilaterali. L’iter burocratico della merce che attraversa una frontiera prevede un’operazione doganale che certifichi sia l’esportazione (ad esempio dalla Svizzera), sia l’importazione (ad esempio in Italia).

Ma, come ci spiega Fabio Maciocci, presidente di ATIS, secondo le leggi europee lo spedizioniere doganale elvetico non può espletare entrambe le pratiche, a meno di aprire un’azienda in Italia con relativa partita IVA ed essere accreditato presso la dogana italiana. Il cliente è dunque costretto a rivolgersi a due operatori, uno per Paese. Al contrario, come conferma l’Amministrazione federale delle dogane, la Svizzera è molto meno severa: allo spedizioniere di Ponte Chiasso (IT) basta installare un apposito programma informatico e aprire un conto doganale per poter certificare le operazioni sia di import che di export presso gli uffici elvetici. Non c’è bisogno di un numero IVA e addirittura la dogana svizzera mette a disposizione degli operatori stranieri delle bucalettere per la corrispondenza.

«C’è una chiara disparità di tutela di questa professione da una parte e dall’altra della frontiera» – commenta Marco Tepoorten, CEO della Franzosini di Chiasso. «Di principio è assurdo che le ditte straniere possano eseguire operazioni doganali in Svizzera: gli operatori elvetici investono molto nella formazione e nella qualifica del personale doganale, mentre non c’è alcun controllo sulla sua competenza ed affidabilità dei colleghi stranieri. Inoltre per la Confederazione le garanzie e le fideiussioni in caso di irregolarità sono minime: non è evidente esigere una multa da una società straniera». Senza dimenticare, aggiunge Tepoorten, le questioni fiscali: le dichiarazioni doganali dovrebbero essere assoggettate alla tassazione del Paese per il quale è reso il servizio mentre con questo sistema non è sempre il caso.

«La Svizzera – spiega Roberta Cippà Cavadini della Cippà Trasporti – da sempre adotta leggi più liberali. È chiaro che questo può generare situazioni scomode per chi, come noi, deve confrontarsi con altre legislazioni. D’altra parte è anche vero che in questo momento probabilmente non sarà facile cambiare lo status quo, visto il numero di dossier aperti tra Roma e Berna».

Ma se la situazione non è nuova, perché sollevare la questione ora? «Notiamo – ci spiega Maciocci – che il numero di operatori italiani che esercitano in Svizzera senza avere una residenza fiscale da noi sta aumentando sempre di più. Se il trend continua, alla lunga potrebbe causare il ridimensionamento di tutte le società elvetiche e ticinesi. Ecco perché, come già comunicato a Berna, sarebbe auspicabile impedire questa forma di concorrenza scorretta, oppure ottenere da Roma condizioni più vantaggiose per gli operatori elvetici in Italia».

Redatto da : per Corriere del Ticino, ERICA LANZI

 

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